Che cos’è l’antropologia del testo?

«Una antropologia del testo può ritrovare nelle opere a cui rivolge il suo sguardo ermeneutico una varietà di elementi ricorrenti e comparabili:

1) dati di fatto – più o meno isolati dalle strutture semiotiche e ideologiche che governano il testo – che però richiedono di essere interpretati(per la loro alterità rispetto alla nostra esperienza) alla luce di ciò che sappiamo di usi, riti e miti delle società di interesse etnologico;

2) temi e motivi diffusi su scala interculturale (nonché temporale/diacronica e paziale/diatopica), come risulta da repertori e inventari già disponibili del patrimonio narrativo internazionale, o come appare da nuovi scavi comparativi condotti a partire da singole emergenze bisognose di spiegazione;

3) processi mitico-rituali di diverso tipo (iniziazioni, inversioni di status, ecc.), tematizzati come tali, con deboli livelli di mediazione, ovvero già sotto forma di schemi e modelli narrativi, in grado di organizzare logicamente sequenze di eventi che diventano l’intelaiatura di un testo, di un gruppo di testi, distinguendolo all’interno di un sistema di generi letterari (il caso più noto è forse quello della fiaba di magia);

4) figure, eroi, semidei, personaggi archetipici che proseguono la loro esistenza trapassando dal mito e dal piano religioso a quello profano e della letteratura.

Tutti questi quattro insiemi di elementi che l’antropologia del testo enfatizza e rende pertinenti per l’analisi sono caratterizzati dalla ricorsività, che la comparazione, meglio se a largo raggio e a diversi gradienti di profondità cronologica, permette di avvalorare e articolare nel modo più fine possibile. Diventa così fattibile (almeno come ipotesi di lavoro) una grammatica, o una semiotica, dell’immaginario dell’umanità, in cui si possano registrare e correlare dialetticamente, man mano che ci si avvicina al nostrotempo, apporti individuali e apporti collettivi.

(…) La comparazione di temi, motivi, miti, riti ed eroi sedimentati nella memoria delle differenti civiltà e letterature ci induce a riconoscere la fondamentale unità della cultura umana, ma non ci esime, nell’analisi concreta dei testi, filologicamente motivata, dall’accertare le rifunzionalizzazioni e le risemantizzazioni che quegli elementi hanno subito nel corso del tempo, spostandosi nello spazio, adattandosi a nuovi interessi individuali e di gruppo. È questa ‘memoria della cultura’, dunque, che assicura la conservazione, la trasmissione e l’adattamento dell’identità etnica, e, a un livello più generale, direi, dell’identità della specie: infatti essa funziona sia da deposito,dove si accumulano nel tempo le produzioni intellettuali, che da programma, capace di generare nuovi contenuti ricombinando e riorientando materiali già pronti.»

(Massimo Bonafin, «Introduzione», L’Immagine riflessa, 22, 2013, pp. 2-3)

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